C’è un dettaglio, nell’episodio avvenuto presso una scuola dell’infanzia romana, che merita una riflessione che vada oltre la cronaca. Una donna si presenta per prelevare una bambina e, per rendere credibile la propria richiesta, mostra alle insegnanti una fotografia della minore sul proprio telefono cellulare. Non conosce la bambina, non ha alcuna delega, ma possiede la sua immagine. Non tenta di forzare una porta. Tenta di forzare la fiducia.

Questo gesto, apparentemente semplice, rivela una trasformazione profonda e silenziosa: la progressiva estensione dell’identità umana nello spazio informazionale e la conseguente dissoluzione del confine tra presenza fisica e presenza digitale. Non si tratta più di due dimensioni separate, ma di un unico spazio ibrido, che Luciano Floridi ha definito con il termine onlife: una condizione in cui la distinzione tra online e offline perde significato, perché entrambe le dimensioni concorrono a costruire la realtà sociale.

La fotografia della bambina, conservata su uno schermo, non è più soltanto una rappresentazione. Diventa uno strumento operativo. Non documenta soltanto un’esistenza, ma diventa parte attiva delle condizioni che rendono possibile agire su quella stessa esistenza.

Questo rappresenta uno spostamento ontologico rilevante. Nella modernità analogica, l’identità era ancorata alla presenza fisica. Il riconoscimento avveniva attraverso la relazione diretta, la voce, il volto, il contesto sociale. Nella condizione contemporanea, invece, l’identità è distribuita. Esiste come corpo, ma anche come insieme di dati, immagini, tracce, connessioni. Ogni fotografia pubblicata, ogni contenuto condiviso, contribuisce a costruire una proiezione informazionale della persona, una sorta di estensione ontologica che può essere accessibile, replicata e riutilizzata da altri.

In questo senso, il tentativo di sottrazione della minore non rappresenta soltanto un atto criminale fallito. È la manifestazione concreta di una nuova vulnerabilità strutturale: la possibilità che l’identità digitale di una persona venga utilizzata come leva per intervenire nella sua esistenza fisica.

L’elemento centrale non è tanto la fotografia in sé, quanto il suo potere simbolico. La fotografia continua a godere, nella percezione sociale, di una particolare autorità epistemica. Come osservava Roland Barthes, ogni fotografia contiene una promessa implicita di autenticità, un “è stato”. Anche nell’epoca della manipolazione digitale, l’immagine conserva un residuo di credibilità. Mostrare la fotografia di un bambino equivale, implicitamente, a dichiarare una relazione con quel bambino. L’immagine diventa un dispositivo di legittimazione.

Questo meccanismo si inserisce in un contesto culturale più ampio, caratterizzato dalla normalizzazione della condivisione delle immagini dei minori. Il fenomeno noto come sharenting — la pubblicazione sistematica di fotografie dei figli da parte dei genitori — rappresenta una delle pratiche più diffuse dell’ecosistema digitale contemporaneo. Si tratta di un comportamento generalmente motivato da ragioni affettive, relazionali e identitarie. I genitori condividono immagini per raccontare la propria esperienza, per costruire memoria, per partecipare a una comunità sociale. Tuttavia, questa pratica produce un effetto collaterale spesso non pienamente compreso: la costruzione anticipata dell’identità digitale del minore.

Il bambino diventa un soggetto informazionale prima ancora di diventare un soggetto autonomo. La sua immagine circola, viene archiviata, replicata, potenzialmente osservata da soggetti estranei. L’identità digitale precede l’autodeterminazione.

Questo fenomeno introduce una forma nuova di asimmetria. Il minore non controlla la propria rappresentazione, ma ne subisce le conseguenze. La sua esistenza informazionale è costruita da altri, ma può essere utilizzata da chiunque vi abbia accesso.

In questa prospettiva, il tentativo di sottrazione della bambina appare come l’emergere, in forma drammatica, di una dinamica più ampia: la trasformazione dell’informazione in infrastruttura operativa della realtà sociale. L’informazione non è più soltanto descrittiva. È performativa. Non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce a determinarlo.

Questo cambiamento ha implicazioni profonde per il concetto stesso di sicurezza. Tradizionalmente, la sicurezza dei minori era concepita come una questione spaziale. Proteggere significava delimitare, controllare, sorvegliare fisicamente. Oggi, la sicurezza diventa anche una questione informazionale. La vulnerabilità può originarsi nello spazio digitale e manifestarsi nello spazio fisico. La protezione non riguarda più soltanto il corpo, ma anche la sua estensione informazionale.

L’episodio evidenzia anche un altro aspetto cruciale: la trasformazione della fiducia. Nelle società tradizionali, la fiducia era fondata sulla conoscenza diretta o sulla mediazione istituzionale. Oggi, sempre più spesso, la fiducia è mediata da dispositivi tecnologici. La presenza di una fotografia, di un messaggio, di un dato, diventa un segnale di credibilità. Questo introduce nuove possibilità di manipolazione. La tecnologia non garantisce la verità, ma può simulare la plausibilità.

In questo scenario, assume un valore particolare la reazione delle insegnanti, che non si sono lasciate persuadere dalla fotografia, ma hanno applicato procedure di verifica. Questo comportamento rappresenta una forma di resistenza cognitiva alla delega totale della fiducia ai dispositivi tecnologici. Dimostra che, nonostante la pervasività dell’informazione digitale, la responsabilità umana rimane un elemento insostituibile della sicurezza.

L’episodio invita dunque a una riflessione più ampia sulla condizione contemporanea. Viviamo in un ambiente informazionale pervasivo, in cui ogni individuo possiede una doppia esistenza: fisica e digitale. Queste due dimensioni non sono separate, ma interconnesse. Le azioni compiute in una dimensione possono produrre effetti nell’altra.

Proteggere l’infanzia, in questo contesto, significa sviluppare una nuova forma di consapevolezza culturale. Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di rinunciare alla condivisione, ma di comprendere la natura trasformativa dell’informazione. Ogni immagine condivisa non è soltanto un ricordo. È un dato persistente, replicabile, potenzialmente operativo.

L’episodio della scuola romana non è un’anomalia. È un segnale. Indica che la transizione verso la condizione onlife (Floridi, L. (2014). The Onlife Manifesto: Being Human in a Hyperconnected Era) non è un fenomeno astratto, ma una realtà concreta, che modifica le condizioni della fiducia, della sicurezza e della relazione sociale.

Comprendere questa trasformazione rappresenta una delle sfide più urgenti della contemporaneità. Non si tratta soltanto di una questione tecnologica, ma di una questione antropologica. Significa riconoscere che l’essere umano contemporaneo non abita più soltanto uno spazio fisico, ma un ecosistema informazionale. E che la protezione dell’individuo, oggi, richiede la protezione di entrambe le sue dimensioni: quella corporea e quella informazionale.

In questo senso, la fotografia sullo schermo non è soltanto un’immagine. È il segno visibile di una nuova condizione dell’essere umano nel mondo.


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