Prendo spunto da una interessante lettura della sociologa statunitense Shoshana Zuboff, autrice del saggio “The age of surveillance capitalism”, un’accusa lucida e documentata al potere delle big tech, che trasformano i dati personali in profitti, costruendo identità digitali non consensuali e mettendo a rischio libertà, autonomia e democrazia.
In teoria, la cittadinanza digitale è una conquista: ci permette di partecipare, informarci, accedere a servizi pubblici e privati. Ma c’è un lato oscuro di questa rivoluzione: una parte della nostra identità digitale ci viene imposta, e non sempre possiamo controllarla o rifiutarla.
L’identità che ci assegnano (anche senza chiedercelo)
Oggi non serve creare un profilo per esistere online. Basta esistere nel sistema.
Ecco alcuni casi reali che mostrano come questo accade.
Amazon e la profilazione invisibile
Anche chi non ha mai fatto un acquisto su Amazon potrebbe avere un profilo associato: se hai cliccato su un link sponsorizzato, letto un articolo ospitato su una piattaforma Amazon, o condiviso una wishlist. L’azienda incrocia dati tra dispositivi, IP, cronologia e perfino registrazioni vocali di Alexa, attive anche senza comandi espliciti.
TikTok e il ritratto psico-comportamentale
Un’indagine del Wall Street Journal ha dimostrato che bastano 30–40 minuti di interazione passiva perché TikTok costruisca un profilo psicologico dettagliato. Senza che l’utente compili nulla. L’algoritmo analizza cosa guardi, per quanto tempo, se scorri o rivedi un video. Così può identificare vulnerabilità emotive (ansia, disturbi alimentari, solitudine) e proporre contenuti mirati, spesso senza filtri.
Facebook: il profilo esiste anche se non ce l’hai
Hai mai sentito parlare di shadow profiles? Facebook raccoglie informazioni anche su chi non è iscritto, attraverso contatti caricati da altri, foto taggate, like su siti terzi. In questo modo costruisce una “presenza potenziale” anche per chi ha scelto di restare fuori dalla piattaforma.
YouTube: l’identità del consumatore invisibile
Anche se non sei un creator o non commenti mai, YouTube costruisce un’identità digitale attorno a te.
- L’algoritmo analizza cosa guardi, per quanto tempo e le tue ricerche, inserendoti in cluster psicologici che determinano cosa ti viene proposto.
- Il tuo profilo non è solo la somma dei video che vedi, ma una vera e propria identità di “consumatore” di contenuti, monetizzabile attraverso la pubblicità mirata.
- Anche se non hai un account, l’azienda può tracciarti tramite il tuo indirizzo IP e i cookie, creando una “presenza potenziale” che non hai mai scelto.
Tutto questo avviene in modo automatico e passivo, definendo chi sei online senza che tu ne sia pienamente consapevole.
Gestori di energia, telefonia, internet
Anche le aziende che forniscono servizi di base creano identità digitali attorno a te:
- se cambi spesso operatore, puoi risultare “cliente instabile”;
- se hai un contenzioso, potresti finire in banche dati private di cattivi pagatori, accessibili da altri operatori;
- se navighi con determinate frequenze orarie o consumi certi tipi di contenuti, vieni inserito in cluster che influenzano le offerte che ti vengono proposte (e quelle che non vedrai mai).
Tutto questo avviene senza dialogo diretto, e senza che tu abbia consapevolezza piena di come vieni “letto” digitalmente.
Assicurazioni: i punteggi segreti basati sui tuoi dati
Le compagnie assicurative — auto, salute, casa — usano sempre più spesso modelli predittivi e “scoring digitali”. Ad esempio:
- se installi la scatola nera nell’auto, il tuo stile di guida viene valutato automaticamente;
- se fai una richiesta di rimborso, l’algoritmo valuta se sei un cliente a rischio;
- se hai un’email, un IP o un codice fiscale “riconducibili a frodi precedenti” (anche non tue), potresti essere penalizzato senza saperlo.
In alcuni casi, l’assicurazione rifiuta un nuovo cliente o aumenta il premio senza fornire spiegazioni chiare. Tutto basato su dati raccolti, correlati e analizzati in automatico.
SPID e identità digitale pubblica
L’identità digitale SPID è oggi quasi obbligatoria per accedere a molti servizi pubblici. È utile, sì, ma anche imposta: senza di essa non puoi richiedere un bonus, prenotare una visita, consultare un certificato. L’identità è unica, centralizzata e non modificabile. Chi non la possiede — per mancanza di competenze, documenti o accesso — rischia l’esclusione di fatto dalla cittadinanza attiva.
Non è più una scelta
Questi esempi mostrano che l’identità digitale non è sempre il risultato di una nostra decisione consapevole. È spesso una costruzione esterna, algoritmica, che avviene:
- senza consenso informato reale,
- senza possibilità di intervento,
- e, in alcuni casi, senza nemmeno sapere che esiste.
L’identità digitale imposta è il paradosso della modernità: esisti online anche se scegli di non esserci.
Le domande che (non) si fanno
- Chi decide cosa ti rappresenta digitalmente?
- Chi ha il diritto di raccogliere e collegare i tuoi dati?
- Puoi scegliere di “uscire” da un’identità digitale imposta?
Non sono solo domande filosofiche. Sono questioni di democrazia, autonomia, giustizia.
Per una cittadinanza digitale consapevole (e negoziata)
Parlare di cittadinanza digitale imposta non significa rassegnarsi. Al contrario, ci spinge a rivendicare il diritto di scegliere e a mettere in pratica azioni concrete per riappropriarci del nostro spazio digitale. Non esistono soluzioni universali, ma possiamo adottare alcune strategie:
- Scegli con cura i tuoi strumenti: Non tutto è gratis. Quando un servizio è “gratuito”, spesso il prodotto sei tu. Leggi i termini di servizio e le informative sulla privacy con spirito critico, anche se sembrano lunghi. Se una piattaforma non offre trasparenza, cerca alternative che rispettino di più i tuoi dati.
- Non dare tutto per scontato: disattiva i servizi di tracciamento non essenziali sui tuoi dispositivi, usa strumenti che bloccano i cookie di terze parti e valuta l’utilizzo di VPN. Sono piccole azioni che limitano la profilazione invisibile.
- Esercita i tuoi diritti: L’articolo 17 del GDPR (il diritto all’oblio) ti permette di chiedere la cancellazione dei tuoi dati personali. Spesso è un processo complicato, ma è un diritto che esiste e che possiamo far valere.
- Fai sentire la tua voce: Partecipa al dibattito pubblico, informati, e se una compagnia ti nega un’informazione, non avere paura di segnalarlo alle autorità competenti (come il Garante della Privacy).
Essere cittadini digitali non è solo accedere a servizi o usare strumenti online. È prima di tutto poter negoziare il proprio spazio digitale — e, se serve, poter dire: “Questa identità non mi rappresenta.“
